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Chi siamo?

La F.U.C.I., Federazione Univesitaria Cattolica Italiana, nata nel 1896 dall’unione di circoli universitari cattolici esistenti in alcune città d’Italia, è una aggregazione ecclesiale di gruppi di studenti universitari che, negli anni dello studio e della formazione, vogliono percorrere insieme un cammino di fede e di crescita culturale, vivendo un’esperienza di Chiesa nel solco della tradizione centenaria della Federazione


venerdì 21 ottobre 2011

Incontro del 20 ottobre 2011



“ Vivere la fede oggi”

Si è da poco conclusa una ricerca condotta dall’Istituto Iard di Milano su un campione di un migliaio di giovani italiani tra i 18 e i 29 anni e…attenzione! Tutti i dati, raffrontati con un’indagine analoga svolta nel 2004, mostrano un trend in negativo: meno giovani si definiscono cattolici (poco più del 50%).
Mi si son ristretti i cristiani!I giovani cattolici praticanti passano dal 18,1% al 15,4% mentre aumentano nettamente i “credenti che non si identificano in una chiesa” (che passano dal 12,3% del 2004 al 22,8% di oggi). In aumento anche i giovani non credenti, dal 18,7% del 2004 al 21,8% di oggi.Un altro segnale inequivocabile della tendenza è dato dalla diminuzione di quasi 10 punti percentuali di chi definisce alta o molto alta la propria fede (dal 41,1% del 2004 al 31,8%), mentre allo stesso tempo aumenta, e in misura ancora superiore, la percentuale di chi definisce bassa o nulla la propria fede (con un incremento di dodici punti, dal 24 al 36%).
La prima generazione incredula: il difficile rapporto fra i giovani e la fede
Non è più il tempo del “Contro Dio”, ma è il tempo del “senza Dio”. Ci si domanda: perché bisogna credere?cosa ci dà la fede in più nella nostra vita? A cosa ci serve pregare? Il cristianesimo non appare più un buon “affare”.è il tempo del “senza antenne per Dio”: nessuno ha testimoniato ai giovani la bellezza e la forza della fede. È più facile siano i nonni a parlare per la prima volta a un bambino di Gesù piuttosto che i genitori. I giovani non sanno perché dovrebbero credere, non sanno perché dovrebbero pregare. Sono “increduli, semplicemente increduli”. Secondo Don Armando Matteo una delle cause principali di questo è il fatto che gli adulti abbiamo disimparato a credere e a pregare, hanno imparato a vivere senza Dio e così non hanno potuto insegnare ai loro figli la bellezza di essere cristiani. La fede è diventata come una lingua straniera. Non c’è nessuno disposto a pregare, a credere e se uno entra in Chiesa per la prima volta non c’è nessuno che glielo insegni. Chi non ha la fede come fa? La chiesa è diventata una fornitrice di servizi: si lasciano i bambini al catechismo,  li si fa fare la cresima e la comunione e poi? Finisce tutto lì. E dopo cosa resta? Siamo sicuri che quei bambini continueranno ad andare in Chiesa? Siamo sicuri che quei sacramenti siano stati vissuti nel giusto modo? E non dobbiamo dare la colpa ai preti di tutto…Essi sono sempre meno e sono pieni di impegni perché spesso hanno anche più parrocchie da gestire. Inoltre gli adulti non trasmettono la fiducia nella vita, sono troppo pessimisti.Molti giovani non hanno la percezione del legame fra Dio e felicità umana. Molti sono estranei alla religione, ma l’80% ha ricevuto i sacramenti e l’83% è alla ricerca di Dio, ma si dice estraneo alla Chiesa.La figura del “credente non praticante” è stata creata, ma in realtà non esiste perché credere è già un atto.E un altro aggettivo da attribuire ai giovani è “inquieti”, i giovani non credono nel modo in cui gli adulti vivono la vita. Per quanto riguarda gli svantaggi del mondo di oggi troviamo:
1.        Una mancata evangelizzazione in seno alla famiglia
2.        La comunità cristiana che presuppone un lavoro di iniziazione alla fede della scuola e della famiglia e non predispone una propria azione pastorale. Secondo lui la comunità dovrebbe aprire nuove strade per avvicinarsi ai giovani, strade un po’ più interessanti e vicine a loro stessi che vivono nell’era delle tecnologie.
3.        L’immagine della  Chiesa come potenza di tipo politico
.       Sentimento anticattolico, antireligioso: si fa a gara a chi critica di più la Chiesa, a chi la critica di più. 
Serena Capodicasa
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Una Freschezza che sorprende: il Vangelo nella cultura di oggi

di 

Michael P. Gallagher
Il libro si apre con la descrizione di un dipinto di William Turner: una nave in tempesta, sovrastata dalle onde ma con, poco distante, una fonte di luce e la terraferma. E’ proprio da questa metafora che l’autore parte ad impostare la propria visione del fenomeno della secolarizzazione o meglio della crisi di fede che sembra attraversare l’occidente contemporaneo. La sua sarà un’analisi onesta della situazione, ma, al tempo stesso, la ricerca di “punti di luce” che indichino il modo di superare la tempesta in cui sembriamo essere immersi. In particolare ciò che viene continuamente sottolineato scorrendo le pagine è quello che appare chiaro sin dal titolo: la permanente novità di Cristo che ha però bisogno di un linguaggio altrettanto nuovo per essere compresa dagli uomini di oggi. L’autore si chiede quale tipo di secolarizzazione sia in atto: l’approccio quantitativo che si serve di statistiche ed in genere di valori matematici non basta più per capirlo; occorre osservare lo spostamento di sensibilità che interessa le persone nella loro immaginazione spirituale. T.S.Eliot afferma a questo proposito: ”La crisi religiosa della modernità non consiste nell’incapacità di credere in alcune cose riguardo a Dio che invece erano credute dai nostri antenati, ma piuttosto nell’incapacità di provare le loro stesse emozioni verso Dio e verso l’uomo”. I tre atteggiamenti che devono caratterizzare il credente oggi sono quello della disposizione(ad accogliere Dio, a fargli spazio dentro se stessi, ad aprirsi a lui), la decisione per una fede salda e fondata e la differenza rispetto alla cultura dominante. In cosa consiste quindi l’educazione religiosa oggi? Nel risvegliare la disposizione e il desiderio e nella costruzione di una decisione libera: qualità queste necessarie per accogliere la rivelazione. Ma trasmettere la fede ha bisogno anche di narrazioni e prassi che la nutrano ed alimentino uno spirito critico verso il mondo circostante. Acquisiscono quindi basilare importanza il racconto, e quindi la forma narrativa, la dimensione comunitaria(per evitare che la fede si riduca ad un fatto interiore) e l’autorità dell’esperienza. La fede cristiana infatti è un modo di essere più che una parola. Una trasformazione spirituale però non basta: essa deve estendersi agli altri campi della vita considerando sempre la rivelazione di Dio nel mondo, a partire dalla figura di Gesù in cui la fede deve radicarsi e di cui ne costituisce il cuore.
Chiara Tomei

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